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Crux Mea Lux

In questa collezione, la croce non è più luogo di redenzione, ma di riflessione rovesciata.

Il punto di partenza è la crocifissione, ma ogni elemento viene sovvertito. I corpi sono appesi al contrario, le mani inchiodate dove di solito ci sono i piedi, i piedi dove c’erano le mani. Una rotazione silenziosa che interroga la grammatica stessa del martirio.

Dove nella tradizione compare l’iscrizione INRI, qui emergono parole nuove, etichette moderne, simboli dell’oggi. La croce diventa schermo, vetrina, superficie su cui si scrive — e si riscrive — il senso della figura umana.

Ma è lo scambio cromatico tra positivo e negativo a rendere il processo visibile. Ogni immagine ha il suo opposto: la luce si fa ombra, l’ombra si illumina. Il colore non è decorazione, ma tensione narrativa. La croce stessa diventa un campo ottico, in cui ogni variazione rivela un’altra verità.

Crux Mea Lux non è una collezione religiosa. È una collezione sacrale.
Una meditazione visiva sul corpo, sul potere, sul linguaggio.
Un ribaltamento che non chiede fede, ma attenzione.