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Porca Vacca!

Porca Vacca! nasce come un dittico rituale: ogni immagine ha un gemello, ogni segno un controsegno. La stessa scena si ripete e si capovolge, come una formula pronunciata due volte per cambiare il suo effetto. Nel passaggio al negativo non c’è solo un gioco ottico: c’è una conversione, una trasmigrazione della materia, un “altrove” che si apre dietro la pelle del foglio.

Il cuore iconografico è la mandria—toro e vacca ciclopici—assunta come emblema del controllo e della sorveglianza. In Aspromonte, la presenza degli animali non è solo paesaggio: è gestione del territorio, prova di forza, occupazione silenziosa. Qui questa grammatica viene dichiarata senza metafore: la ’Ndrangheta esiste come sfondo culturale e politico, come sistema di codici e di confini. Ma l’opera non la illustra: la disinnesca, la espone, la trasforma in un teatro di segni.

La superficie dei corpi diventa mappa e tavola iniziatica: incisioni, pittogrammi, fluidi, corde, occhi-soli che bruciano o raffreddano. La linea è una scrittura; e la scrittura è anche cromatica, organizzata su tre assi che reggono l’intera collezione: bianco/nero, caldo/freddo, verde/viola. Non è decorazione: è un sistema di polarità, una cosmologia portatile in cui ogni colore è un’energia e ogni inversione una scelta morale.

In Porca Vacca! la bestia non è bestia: è totem, sentinella, idolo e bersaglio. L’occhio unico al centro del volto non promette salvezza, promette attenzione. Eppure, in questa attenzione ostinata, si insinua il mistico: la possibilità che il segno ribalti il destino, che il rituale cambi padrone, che la mappa del potere diventi mappa di liberazione.