Il cavallo impennato, la lancia dritta, la Vergine in attesa: così si raccontava il mito. Il santo trafora il drago, la donna è salva, il mostro giace vinto. Tutto è chiaro. Tutto è già deciso.
Ma se nulla fosse come appare?
Nelle quattro visioni di questa collezione, l’ordine antico si incrina. Il cavallo non c’è. La Vergine non prega: osserva, o forse si sottrae. La lancia cambia forma. Si fa bastone, fallo, serpente, radice, spettro, parola. E il drago… il drago non è più nemico. A volte è assente. A volte è già dentro di noi.
L’eroismo diventa ambiguità. Il salvataggio, una forzatura. La scena si ribalta in una danza tra maschile e femminile, tra offesa e difesa, tra gesto e rinuncia. Ogni figura è simbolo e mutazione. Il cavaliere è stanco o assente. La vittima è già libera. Il potere si scioglie.
E il colore dice ciò che la forma tace. C’è una narrazione sottile, fondata sulla tensione tra coppie cromatiche complementari. Rosso e ciano si inseguono, si fondono, esplodono nel passaggio al negativo. Verde e magenta si confondono in una linfa tossica. Blu e giallo brillano come l’eco di un rito antico. Il negativo non è solo un’inversione visiva, ma una discesa nell’altro lato della storia. Un’altra possibilità.
Forse, allora, San Giorgio non ha ucciso nulla. Forse, quella lancia non era un’arma. Forse la salvezza non serviva.
Forse, il drago… siamo noi.



